Primula appenninica

Nome scientifico: Primula apennina Widmer (Sinonimi: Primula pedemontana (Gaudin) subsp. apennina (Widmer) Kress - Auricula-ursi apennina (Widmer) J. Sojak)

Famiglia: Primulaceae

Altro nome comune: Orecchia d’orso appenninica

Habitat naturale: Fessure e crepe delle pareti, rupi di arenaria anche verticali con esposizione in prevalenza verso nord. Meno frequentemente interessa i detriti alla base delle pareti e le zone erbose delle piccole cenge rupestri. Presente tra 1500 e 2000 metri. Si tratta di un microendemismo dell’Appennino Tosco Emiliano con areale particolarmente ristretto (fascia culminale del crinale appenninico reggiano e parmense tra il Monte Orsaro e il Passo delle Forbici). Tutelata dalla Convenzione di Berna, la Primula apennina è inclusa nel libro rosso delle piante minacciate di estinzione in Italia. E’ definita "specie prioritaria" nella direttiva CEE "Habitat".

Periodo di fioritura: Maggio e giugno

Descrizione della pianta: Pianta erbacea perenne alta da 3 a 8 cm con rosetta basale di foglie coriacee ovali di colore verde glauco. Lo scapo è robusto e porta da 1 a 6 fiori con calice cilindrico che presenta denti eretti sino a metà del tubo calicino. La corolla presenta 5 lobi smarginati di colore tra il rosa e il lilla con fauce bianca.

Note:  Pur essendo presenti sulle Alpi numerose specie di primule con corolla tra il rosa e il lilla, Primula apennina è inconfondibile in quanto si tratta dell’unica primula di questo colore presente nell’Appennino Settentrionale. L’unica eccezione sarebbe data da Primula marginata Curtis che interessa l’Appennino Ligure (province di Genova e Piacenza). Ancora una volta è tuttavia impossibile la confusione in quanto quest’ultima è azzurro violacea con margine delle foglie dentato e bordato da una linea farinosa. Soprattutto le due specie non si sovrappongono mantenendo areali ben distinti che impediscono l’errore.

Primula apennina presenta un areale estremamente limitato che interessa la fascia culminale delle province di Reggio Emilia e Parma (circa 45 km di crinale con distribuzione irregolare e discontinua). Molte pubblicazioni e siti internet segnalano la specie come presente in sole 3 stazioni del reggiano (Monte Vecchio, Monte Prado e Alpe di Vallestrina) e in una unica del parmense (Monte Orsaro). In realtà la pianta è osservabile in gran parte del crinale compreso tra Monte Orsaro e il Passo delle Forbici. Tra le stazioni che abbiamo osservato sono rilevanti, nel parmense, quelle subito a monte delle Capanne di Lago Scuro, presso la Sella Paitino, sulle rupi della Rocca Pumacciolo, lungo le fascie d'arenaria tra il Monte Paitino e il Sillara e nelle rupi rivolte a nord tra il Passo del Giovarello e il Monte Bragalata. In territorio reggiano abbiamo osservato diverse piante sull'Alpe di Succiso e lungo il crinale dei Groppi di Camporaghena oltre alle stazioni classiche sul Monte Prado.

Dove l’abbiamo osservata:  Le prime nove fotografie sono state realizzate presso la Sella Paitino (m 1740 - Appennino Parmense). La penultima fotografia proviene dalle pendici sommitali della Rocca Pumaccioletto (m 1650 - Appennino Parmense). L'ultima fotografia è stata scattata lungo alcune rupi arenacee rivolte a nord subito a destra del sentiero che dal Passo del Giovarello conduce al Monte Bragalata (Appennino parmense – circa 1800 metri di quota). Da notare in particolar modo l’ultima fotografia che riproduce alcuni esemplari albini per mancanza di pigmentazione, fenomeno che accade anche per altri generi botanici come per esempio il genere Viola. All’origine del fenomeno vi è, con ogni probabilità, una mutazione del gene che controlla la comparsa del pigmento. Normalmente i fiori di colore bianco sono più frequenti nel bosco in quanto sono visti meglio, in situazioni di bassa luminosità, dagli insetti soprattutto da quelli che hanno abitudini crepuscolari. E’ quindi possibile che l’esemplare, nel corso di alcuni anni, venga eliminato dalla competizione con i suoi consimili violacei che si riproducono meglio perché visti con più facilità dagli insetti che probabilmente trovano i fiori violacei scuri più confortevoli perché più caldi; infatti il colore scuro non respinge la radiazione solare ed è anche per questo che i fiori di alta montagna sono frequentemente scuri (pur con molte eccezioni).

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