Glossario

Uno dei principali obiettivi che si pone il Club Aquile Rampanti, è quello di favorire il rispetto della montagna oltre ad incentivare il trekking e la percorrenza delle vie ferrate per mezzo di una buona conoscenza dell’ambiente alpino e appenninico. Naturalmente il profano che per le prime volte si accosta alla letteratura di montagna non può conoscere il significato di alcuni termini o espressioni d’uso comune tra gli escursionisti esperti. Il glossario che segue contiene, ovviamente in ordine alfabetico, tutti quei lemmi specifici in relazione alla montagna, all’escursionismo e al ferratismo, che meritano una spiegazione per agevolare la lettura del nostro sito.

 

APPIGLI

Tratti su roccia oppure artificiali che vengono utilizzati come presa per le mani al fine di mantenere l’equilibrio e poter procedere nell’escursione.

 

APPOGGI

Punti su roccia oppure artificiali che vengono utilizzati come appoggio per i piedi al fine di mantenere l’equilibrio e poter procedere nell’escursione.

 

ATTACCO

In relazione alle vie ferrate, esprime il punto in cui hanno inizio gli infissi metallici. Naturalmente rivestono importanza ai fini della programmazione dell’escursione due dati specifici: 1) la quota a cui è posto l’attacco stesso 2) il cammino necessario  per portarsi all’attacco (espresso in ore oppure minuti) in quanto questo avrà un’incidenza sullo sforzo fisico complessivo. Generalmente, l’attacco di ogni ferrata è segnalato dalla lapide recante il nome della persona a cui è dedicato il percorso; abbastanza comune è inoltre applicare alcuni cartelli indicanti la difficoltà dell’itinerario e la necessità di avere con sé imbracatura, moschettoni e casco per affrontare la via.

 

BASTONCINI TELESCOPICI

Tutti i camminatori sanno per esperienza che un bastone contribuisce ad alleggerire il peso del corpo e dello zaino sulle ginocchia. I trekker esperti si avvalgono di una coppia dei cosiddetti bastoncini telescopici, richiudibili in 3 parti, che oltre ad essere leggerissimi e molto resistenti presentano il vantaggio di poter essere allungati o accorciati per adattarsi alle caratteristiche del terreno. E’ stato calcolato che i bastoncini telescopici scaricano circa il 30% del peso corporeo, questo significa per un uomo normale di 80 kg che opprimerà le ginocchia solo con 56 kg di peso (qualcuno ha azzardato addirittura il 50% di riduzione del peso). Non è l’unico vantaggio di questo strumento: i bastoncini sono anche un efficace mezzo per mantenere l’equilibrio in discesa; naturalmente devono essere impostati più alti in discesa e progressivamente più corti in salita mano a mano che il pendio diviene più ripido. I bastoncini permettono anche di muovere la parte alta del corpo, altrimenti poco utilizzata dai camminatori. Il movimento delle braccia inoltre, facilita e armonizza l’attività respiratoria. L’escursionista esperto non dovrebbe privarsi di questo semplice ma efficace mezzo di progressione.

 

BIVACCO

Piccola struttura in genere prefabbricata, che funge da riparo d’emergenza per escursionisti e alpinisti. Sono in genere posti alle quote più elevate e si distinguono dai rifugi, oltre che per le dimensioni limitate, per l’assenza di personale. Risultano sempre aperti e presentano all’interno solo attrezzatura d’emergenza, In genere sono metallici per resistere alle intemperie presenti alle alte quote e di rado offrono più di 5 – 10 posti letto. Un esempio di bivacco che costituisce un eccezione essendo solo alle medie quote è il bivacco k2 nelle Alpi Apuane a poca distanza dalla Foce del Cardeto.

 

CAMINO

Stretta fessura tra due pareti rocciose anche verticali.  La forma suggerita dalla fessura richiama alla mente la forma dei camini presenti sulle nostre case. Molte pareti strapiombanti presentano pochi punti deboli che permettano un’arrampicata non difficile; un camino può costituire in questi casi uno dei sistemi di salita più abbordabili. Non è un caso se alcune ferrate sfruttino un camino per la progressione. Citiamo un caso fra tutti: lo stretto camino verticale posto all’attacco della Ferrata Favogna nelle Alpi della Mendola. Nel caso di questa bella via come nella maggior parte di casi, si supera il camino, attrezzato con funi e ganci, divaricando le gambe e appoggiandosi così sulle pareti stesse.

 

CANALINO

Piccolo solco detritico o roccioso in pendenza. Se appigliati vengono talvolta utilizzati per guadagnare quota nel tracciato di ferrate e sentieri. In generale diventano vie sfruttate dall’acqua piovana o dalla fusione della neve per scendere rapidamente a valle. Come tali dovrebbero essere possibilmente evitati se non asciutti.

 

CANALONE

Profonda scarpata detritica o rocciosa

 

CENGIA

Sottile terrazzo orizzontale che interrompe una parete rocciosa. Nel caso di una ripida salita, una cengia concede un gradito momento di sosta e riposo. Esistono inoltre diverse ferrate che sfruttano volutamente sottili cenge per la progressione presentando così una forte esposizione sul sottostante baratro ma un impegno tecnico limitato con le funi metalliche che fungono unicamente da corrimano. E’ il caso di molte vie nelle Dolomiti di Brenta. Ricordiamo inoltre, come ulteriore esempio, le cenge che vengono percorse nella parte iniziale della ferrata Gerardo Sega (Gruppo di Monte Baldo) 

 

CORDATA

Si parla di cordata quando due o più persone procedono legate con imbracatura e funi per garantire la sicurezza. E’ particolarmente importante procedere sempre in cordata nell’attraversamento di ghiacciai al fine di prevenire una possibile caduta in un crepaccio. Nel caso delle vie ferrate si procede autonomamente grazie all’autoassicurazione, è tuttavia possibile legare in cordata gli elementi più inesperti del gruppo per aiutarli nella progressione.

 

CREPACCIO (TRASVERSALE, LONGITUDINALE, MARGINALE)

Vedi “ghiacciaio”

 

CRESTA

La linea che divide due pareti montuose separando talvolta vallate. Può essere rocciosa o prativa, può essere più o meno larga. Particolare importanza riveste la cresta quando funge da spartiacque in quanto divide due bacini idrografici differenti.

 

CRINALE

Linea di separazione fra i due versanti di un monte. Per forza di cose il crinale passa per la sommità stessa. Spesso la linea di crinale coincide con lo spartiacque.

 

DIEDRO

Due pareti rocciose che si uniscono a formare un angolo più o meno aperto, costituiscono un diedro. Troviamo un bell’esempio di diedro nella Ferrata dell’Amicizia presso Riva del Garda (Alpi di Ledro). In questo caso una lunga scala alta 70 metri è appoggiata sulla parete sinistra del diedro stesso permettendone così un comodo superamento.

 

ESPOSIZIONE

E’ una caratteristica propria di qualunque sentiero, via ferrata o itinerario in roccia ed esprime quanto il tracciato si affaccia nel vuoto. Naturalmente l’esposizione incide sulla difficoltà dell’itinerario tuttavia nel caso specifico delle ferrate non sempre è proporzionale alla tecnica necessaria per affrontare la via. Un esempio fra tutti è quello relativo alla ferrata dell’Amicizia nei Monti del Garda: presenta una forte esposizione per via delle alte e strapiombanti scale di ferro che la caratterizzano; eppure nonostante questo, la tecnica è assai bassa per non dire quasi inesistente in quanto anche sulle scale più verticali i piedi trovano buon appoggio. Bisogna inoltre osservare come l’esistenza degli infissi attenua la difficoltà di un tracciato esposto; particolare attenzione deve quindi essere prestata agli itinerari trekking esposti ma privi di assicurazione.

 

FESSURA

Fenditura presente in una parete rocciosa. Non sempre sono verticali e a volte risultano abbastanza ampie da contenere il corpo di una persona.  Troviamo un bell’esempio di fessura nella ferrata Marino Bianchi (Dolomiti – Gruppo del Cristallo). In questo caso specifico la fessura è verticale ma breve; il suo superamento è stato agevolato dall’aggiunta di un piolo come appoggio per i piedi oltre naturalmente alle funi fisse.

 

GHIACCIAIO

DEFINIZIONE:

Deposito di ghiaccio presente alle alte quote originato dall’accumulo e dalla ricristallizzazione della neve. Naturalmente la formazione di un ghiacciaio richiede che la quantità di neve che sublima (cioè che passa dallo stato solido direttamente a quello gassoso) o che fonde in un anno sia comunque inferiore alla quantità complessiva di neve accumulata grazie alle precipitazioni o ad eventuali valanghe. Questo avviene al di sopra di una quota detta “limite delle nevi permanenti” che dipende sia dalla temperatura media dell’aria che dalla quantità di neve che cade nella località. Questo limite raggiunge il livello dei mari presso i poli dove i ghiacciai arrivano direttamente nell’oceano e si innalza progressivamente scendendo di latitudine sino a portarsi sui 5000 metri presso l’equatore. L’Italia si trova in una situazione intermedia con il limite delle nevi permanenti o perenni che oscilla fra i 3100 metri delle Alpi Occidentali (Valle d’Aosta – Piemonte) e i 2600 metri di quelle Orientali (Friuli Venezia Giulia). La presenza di annate calde con fusione delle nevi superiore alla massa nevosa caduta porta ad un regresso (ritiro) del ghiacciaio; il fenomeno opposto porta invece ad un’espansione della lingua glaciale.

 

FORMAZIONE DI UN GHIACCIAIO

In generale il profano tende facilmente a confondere un normale accumulo di neve (nevaio) con il ghiacciaio propriamente detto, il quale richiede letteralmente decine d’anni per potersi formare. Possiamo semplificare la formazione di un ghiacciaio dicendo che la neve, appena caduta è leggerissima e soffice in quanto contiene grandi quantità d’aria (densità 0.1-0.2 g/cm3). Mentre la neve si accumula e si compatta l’aria tende ad uscire rendendo il manto progressivamente più denso: si genera dapprima la neve granulare (0.3 g/cm3) quindi, dopo un’estate, si è generato il cosiddetto “firn” (0.5 g/cm3) a mezza via tra la neve e il ghiaccio. La trasformazione definitiva in ghiaccio vivo, trasparente (0.7 – 0,9 g/cm3) richiede addirittura svariati decenni e avviene per compattazione sotto accumuli di decine di metri di neve sempre più compressa; questo strato di ghiaccio è a diretto contatto con il suolo sottostante sul quale scorre lentamente. Nelle zone temperate questo processo può essere accelerato dal fatto che di giorno, sotto l’effetto del sole, fonde molta neve che tuttavia ricongela di notte originando direttamente ghiaccio. Tuttavia anche in queste condizioni occorrono almeno 5 anni perchè si origini ghiaccio vivo al di sotto di un accumulo di 18 - 20 metri di neve. Questo è uno spessore critico oltre il quale il ghiacciaio generatosi comincia a muoversi e a deformarsi. Principali cause dei movimenti del ghiacciaio sono 1) la cosiddetta deformazione interna dovuta al movimento reciproco tra i cristalli di ghiaccio che interessa principalmente il primo terzo inferiore del ghiacciaio (in profondità, non sulla superficie del ghiacciaio che, come vedremo, si comporta rigidamente crepacciandosi) e 2) lo scivolamento basale dovuto alle acque di fusione della massa glaciale. Queste scendono in profondità andando a lubrificare le rocce sui cui poggia il ghiacciaio e favorendone così lo scivolamento a valle.

 

LA STRUTTURA DEL GHIACCIAIO:

BACINO COLLETTORE – LINEA D’EQUILIBRIO – LINGUA D’ABLAZIONE

La parte superiore di un ghiacciaio è detta bacino d’alimentazione o bacino collettore: in questa zona la neve caduta supera quella che fonde. Scendendo di quota raggiungiamo il limite delle nevi persistenti; subito al di sotto di questa zona d’equilibrio, dove innevamento e fusione si eguagliano, è presente la lingua o bacino d’ablazione del ghiacciaio dove la quantità di neve e ghiaccio che fonde è superiore a quella caduta. La lingua riesce a scendere al di sotto della linea d’equilibrio in quanto il ghiacciaio si comporta come una sostanza semifluida e scivola lentamente verso valle ripristinando il volume di ghiaccio andato perso. Nella zona alpina i movimenti di un ghiacciaio superano di rado il metro al giorno e possono essere osservati solo avendo punti di riferimento ai lati della massa glaciale. Naturalmente, come accennato prima, se il bacino collettore non riceve sufficiente neve si avrà comunque un ritiro della lingua glaciale, fenomeno che purtroppo si sta sempre più verificando e aggravando su scala globale per via dell’effetto serra con il disastroso risultato dell’estinzione dei ghiacciai più piccoli. Spesso prima di estinguersi completamente un ghiacciaio diviene “nero”. In altre parole poiché la neve fonde troppo rapidamente e non alimenta più la massa glaciale in modo sufficiente, quest’ultima si ricopre di detriti che danno un aspetto sporco alla superficie ghiacciata rimasta. Se questa massa detritica ha l’effetto di ridurre l’esposizione al sole della massa ghiacciata, è però altrettanto vero che l’esistenza di un ghiacciaio nero è spesso il sintomo dell’estinzione ormai imminente della vedretta, a meno che la copertura detritica non sia stata determinata da una frana o da un terremoto. Troviamo un classico esempio di ghiacciaio nero nella più orientale delle due conche glaciali del Fleischbachkees (Vedrette di Ries) presso il confine con l’Alto Adige, ma per poche centinaia di metri in territorio austriaco.

 

LA STRUTTURA DEL GHIACCIAIO:

CREPACCI LONGITUDINALI – CREPACCI TRASVERSALI – SERACCHI - CREPACCIO TERMINALE - BOCCA

Naturalmente lo strato inferiore di un ghiacciaio è particolarmente compatto a causa della pressione esercitata dalla massa soprastante; scorrendo esercita quindi una forte azione erosiva nei confronti del suolo. Detriti restano spesso inglobati nella massa glaciale esercitando anch’essi un elevato effetto erosivo. Questo è ben visibile nelle aree abbandonate dai ghiacci dove le rocce presentano striature parallele (strie glaciali) dovute all’effetto erosivo dei detriti che suggeriscono fra l’altro anche la direzione in cui muoveva la massa glaciale. Lo strato superiore di un ghiacciaio non essendo mantenuto sotto pressione da un soprastante strato di ghiaccio risulta molto più fragile e si crepaccia mentre il ghiacciaio muove verso valle ogni qualvolta la lingua supera salti oppure ostacoli presenti al di sotto dell’intera massa (crepacci che di solito sono di tipo trasversale). Occorre inoltre osservare che un ghiacciaio scorre più velocemente al centro della lingua d’ablazione che non ai lati in quanto, come in un fiume d’acqua, le pareti rocciose laterali generano un attrito che ne rallenta il movimento sui bordi: questo è alla base della formazione di numerosi crepacci di tipo longitudinale. In presenza di salti particolarmente marcati possono intersecarsi numerosi crepacci sia di tipo longitudinale che trasversale: questo finisce con l’isolare alcuni parallelepipedi di ghiaccio detti seracchi. Se il salto risulta molto verticale si può creare una vera e propria seraccata pericolante in quanto in qualunque momento blocchi di ghiaccio possono staccarsi e franare più a valle. A causa del comportamento semifluido del ghiaccio è inoltre presente spesso un crepaccio detto terminale lungo il bordo del ghiacciaio; si genera in quanto muovendosi per gravità verso valle ed essendo una massa indipendente da quella rocciosa, il ghiaccio tende a “staccarsi” dalla montagna. Non è un caso se nel passaggio da roccia a ghiacciaio occorre prestare particolare attenzione a questo crepaccio che talvolta può risultare molto aperto e di difficile superamento se non è stato riempito da neve residua o di valanga. Poiché il ghiacciaio è sempre in movimento i crepacci cambiano continuamente di posizione rendendo impossibile una descrizione precisa dei percorsi che li attraversano. I crepacci rappresentano inoltre un elemento di rischio aggiunto in quanto possono essere facilmente occultati da un soprastante strato nevoso oppure possono generarsi pericolosi “ponti di neve” particolarmente pericolosi mentre si assottigliano sotto l’effetto delle temperature più elevate. Altra formazione tipica dei ghiacciai è la cosiddetta “bocca” o “forno” . Le acque di fusione della massa glaciale si raccolgono infatti in profondità, al di sotto della massa glaciale, per poter poi uscire sotto forma di un vero e proprio torrente dalla “bocca” posta nella parte terminale del ghiacciaio stesso.

 

LA STRUTTURA DEL GHIACCIAIO:

MORENE LATERALI, FRONTALI E MEDIANE

Ai lati dei ghiacciai è possibile il più delle volte riconoscere alcune formazioni caratteristiche: ad esempio frammenti di roccia strappati dal ghiacciaio ai lati d’esso, si accumulano generando le cosiddette morene laterali ben visibili nelle foto come accumuli di detriti sui due lati della lingua glaciale. Quando due lingue glaciali confluiscono in una unica (ghiacciaio himalayano) si forma una morena detritica lungo l’asse mediano dell’unico ghiacciaio che si è così generato (si parla infatti di morena mediana). Infine, sulla parte anteriore di una lingua glaciale in fase di ritiro, vengono abbandonati i detriti che la lingua ha portato verso valle: si originano così alcune collinette semicircolari dette morene terminali. 

 

LIMO GLACIALE – MASSI ERRATICI

Le acque di fusione dei ghiacciai trasportano spesso materiale detritico; è il caso del cosiddetto limo glaciale, una finissima polvere impalpabile che rende torbida l’acqua in uscita dal ghiacciaio. Naturalmente è bene evitare di bere l’acqua che esce direttamente dalla massa glaciale. Il ghiacciaio stesso è inoltre in grado di trasportare enormi detriti come massi di grandi dimensioni abbandonandoli poi nella loro posizione in occasione del ritiro della lingua di ablazione. Si parla allora di massi erratici. Questo può accadere facilmente quando una frana o qualche masso dalle pareti circostanti va a precipitare e a riversarsi sulla superficie del ghiacciaio. I movimenti della lingua d’ablazione portano poi a valle i detriti stessi. Esistono numerosi di questi enormi massi addirittura in Pianura Padana a testimonianza della presenza in passato di un immenso ghiacciaio. Naturalmente gli agenti atmosferici tendono a disgregare nel corso del tempo i detriti minori lasciando unicamente i massi erratici di maggiore dimensione.

 

SUDDIVISIONE DEI GHIACCIAI

Per quanto riguarda la suddivisione dei ghiacciai si distinguono 1) calotte glaciali continentali o regionali di immani dimensioni (ad esempio in Groenlandia e nell’Antartide) e 2) ghiacciai di tipo montano. A questa seconda classe appartengono tutti i ghiacciai posti nelle zone temperate compreso il nostro paese. Sono stati proposti diversi metodi di classificazione per suddividere ulteriormente i ghiacciai montani in quanto ne esistono innumerevoli tipi: bianchi, neri, pensili, di circo, d’altopiano, a calotta ecc…

Un metodo di suddivisione classico è quello in tre gruppi che segue:

1)  Ghiacciaio pirenaico caratterizzato da un vasto bacino d’ alimentazione (bacino collettore) con lingua assente o comunque piuttosto breve. Talvolta alcuni di questi ghiacciai sono pressoché piani e poco o per nulla crepacciati. A titolo d’esempio citiamo la Vedretta di Val Fredda (Gelltalferner) e la più occidentale delle due conche glaciali del Fleichbachkees, entrambi ghiacciai posti nelle Vedrette di Ries

2)  Ghiacciaio di tipo alpino: presenta vasto bacino d’alimentazione ma anche una lingua pronunciata e molto estesa verso il fondo valle. Come esempio citiamo la Vedretta del Gran Pilastro nelle Alpi Aurine e il ghiacciaio Umbalkees nel Gruppo Venediger.

3)  Ghiacciaio di tipo himalayano con più colate glaciali che confluiscono a crearne una unica e possente. Citiamo come esempio la confluenza tra la Fernerstube e l’immensa lingua crepacciata della Sulzenauferner nelle Alpi dello Stubai.

 

GRADINO

Vedi “Roccia gradinata”

 

IMBRACATURA

Fondamentale nella percorrenza delle vie ferrate, è un sistema di bande di stoffa che cinge fianchi, cosce e busto dell’escursionista permettendo, unitamente all’uso di corde e moschettoni applicati all’imbracatura stessa, di potersi autoassicurare agli infissi posti sulla via. 

 

LAMA

Vedi “Spigolo”

 

MORENA GLACIALE (LATERALE, FRONTALE O MEDIANA)

Vedi “ghiacciaio”

 

MOSCHETTONE

In via ferrata: anello metallico che presenta un lato apribile o richiudibile per potersi assicurare o liberare da un infisso metallico. E’ senz’altro consigliato l’uso dei moschettoni con ghiera in quanto quest’ultima impedisce un’accidentale apertura del braccetto apribile, in caso ad esempio d’urto contro uno spuntone di roccia.

 

NEVAIO

Accumulo nevoso originato dalle precipitazioni e/o dalle slavine che tende in quota a permanere anche nella prima parte della stagione estiva per via delle basse temperature. NON deve essere confuso con i ghiacciai, i quali richiedono anni per la loro formazione.

 

OMETTO

Un gruppo di sassi accatastati l’uno sull’altro da chi si prende cura della manutenzione dei sentieri per renderne visibile il tracciato e favorire quindi l’orientamento. Costituisce una forma di segnavia. Vengono utilizzati prevalentemente in quota, dove la nebbia tende ad essere presente spesso rendendo difficoltosa la ricerca di un normale segnavia in vernice.  Frequentemente ne viene costruito uno sulla cima stessa; a titolo d’esempio notate nella foto quello presente sulla vetta della Cima di Moia / Hirbernock (Alpi Aurine). Uno dei vantaggi nell’esistenza degli ometti è quello della loro facile visibilità anche in presenza di uno strato di neve che ricopre i normali segnavia. Un consiglio ovvio: non distruggeteli quando li trovate sul percorso!!

 

PASSAGGIO – PASSAGGIO CHIAVE

Nelle vie ferrate, un punto caratteristico del percorso è detto passaggio. Il passaggio chiave di una via è il punto più impegnativo e quindi selettivo del percorso. Generalmente (ma non si tratta di una regola fissa) i costruttori cercano di porre il passaggio chiave di una ferrata ad inizio percorso al fine di scoraggiare chi non ha l’abilità e l’esperienza necessarie per affrontare la via. Un passaggio chiave posizionato a fine percorso costringe chi non riesce ad affrontarlo ad un pericoloso retrocedere, in assenza di vie di fuga, sulla ferrata stessa. Questo non è mai consigliabile in quanto tutte le vie ferrate risultano più difficili e pericolose in discesa di quanto non lo siano in salita.

N.B I termini “passaggio” e “passaggio chiave” vengono utilizzati anche in arrampicata.

 

PICCOZZA

Attrezzo utilizzato per agevolare la marcia su ghiacciaio o su ripidi pendii nevosi. E’ costituita da un manico che presenta all’estremità inferiore un puntale metallico. La parte superiore presenta una lama composta 1) da una becca utile per essere piantata nel pendio ghiacciato (ad esempio in caso di caduta), e 2) da una paletta che può essere utilizzata in modo efficace per creare dei gradini nel pendio gelato al fine di poter creare un appoggio relativamente sicuro per i piedi.

 

PLACCA (VERTICALE O INCLINATA)

Sezione di parete liscia ed uniforme. Naturalmente quanto più verticale e levigata risulterà la placca, tanto più difficile ne risulterà il suo superamento. In assenza di appigli e appoggi efficaci (naturali o artificiali), la progressione avverrà tramite trazione su cavo. Troviamo un bell’esempio di placca inclinata nella ferrata Vecchiacci (Alpi Apuane): in questo caso specifico l’ostacolo è abbordabile grazie alle funi fisse e all’inclinazione della placca stessa che rende l’esposizione non eccessiva.

 

PULPITO

Un esile terrazzino roccioso ove è possibile riposarsi. Sono frequenti come interruzione tra due pareti verticali consecutive. Troviamo un bell’esempio di pulpito nella ferrata Susatti a dividere un breve salto verticale da una cengia esposta.

 

RAMPONI

Utilizzati primariamente per la marcia su ghiacciaio, sono costituiti da punte metalliche che vengono applicate con un sistema di cinghie e fibbie alla suola degli scarponi. Si trovano sul mercato ramponi con numero di punte variabile; per effettuare cordate su ghiacciaio si consigliano sempre 12 punte (si trovano facilmente ramponi con meno punte e quindi adatti per neve compatta ma non per ghiaccio vivo)

 

RIFUGIO

Edificio che funge da punto d’appoggio nelle traversate, negli itinerari di vetta, nelle vie ferrate o nelle arrampicate. Di solito sempre gestiti nella bella stagione, offrono servizio di cucina e dormitorio per chi affronta itinerari più lunghi di un giorno. Naturalmente non sono ristoranti, ma piuttosto punti d’appoggio alpinistici mirati a fornire supporto e soccorso agli escursionisti.

 

ROCCETTE

Quando la roccia presenta facili passaggi non esposti e con numerosi appoggi e appigli si parla di roccette. E’ un termine utilizzato in genere con difficoltà non superiori al 1° grado della scala UIAA.

 

ROCCIA GRADINATA

Quando un percorso su roccia, anche esposto, presenta continui comodi appoggi per i piedi, la difficoltà tecnica necessaria per affrontare il tratto risulta indubbiamente inferiore rispetto a un tratto di parete liscia o con appoggi esili. Si parla allora di roccia gradinata, in quanto permette di progredire come sui gradini di una scala di pietra. Naturalmente non è escluso l’uso delle mani in caso di forte pendenza. A titolo d’esempio citiamo la ferrata Oskar Schuster che presenta numerosi tratti di 1° grado non attrezzati, in parte esposti, ma ben gradinati. Il risultato è una via che sebbene non sia attrezzata in ogni tratto è comunque di contenuta difficoltà.

 

SEGNAVIA

Tracce, segni, indicazioni poste lungo un sentiero, che servono al suo riconoscimento. Normalmente si presentano come tracce orizzontali di vernice rossa e/o bianca apposte su alberi o rocce; non mancano segnavia di colore differente: ad esempio alcuni itinerari di vetta nelle Alpi Apuane presentano segnavia di colore blu. Per evitare di trasformare le montagne in un’assurda tavolozza sarebbe necessario arrivare ad una convenzione per unificare, quanto meno a livello nazionale, i segnavia. I sentieri “segnati” ovvero con la presenza di segnavia, presentano in genere un numero di riconoscimento. Lungo il tracciato del sentiero, ad intervalli regolari, è comune trovare in associazione ad alcuni segnavia anche il numero di catasto del sentiero.  E’ la stessa numerazione utilizzata, logicamente, nelle cartine dei sentieri per escursionisti. Lungo determinati percorsi, in assenza di alberi o di rocce adatte per apporre i segnavia, possono esserne aggiunti alcuni “artificiali” come pali di legno o aste metalliche in genere verniciati anch’essi in bianco e rosso. Anche i cosiddetti “ometti di pietra” fungono da segnavia, soprattutto alle quote più alte.  Gli stessi cartelli indicatori dei sentieri (posti per lo più nei crocevia) riportano la maggioranza delle volte il numero di segnavia oltre ai tempi necessari per raggiungere le località indicate.

 

SENTIERO ATTREZZATO

Piuttosto comuni sulle Dolomiti, sono itinerari che presentano pochi punti attrezzati con infissi metallici (funi o gradini) di limitato impegno tecnico.

La mancanza di passaggi davvero impegnativi distinguono i sentieri attrezzati dalle vie ferrate. Richiedono comunque un minimo d’agilità e piede fermo oltre a restare ferma la necessità di non soffrire di vertigini. A titolo d’esempio citiamo il tratto nella Val Setùs che concede l’accesso al Rif. F.Cavazza da Passo Gardena.

 

SERACCHI

Vedi “Ghiacciaio”

 

SPARTIACQUE

Linea che divide due differenti bacini idrografici. Spesso coincide con la linea di cresta che unisce le vette di un determinato gruppo. Naturalmente la linea di spartiacque non è sempre percorribile in quanto riunendo il più delle volte vette di elevata altitudine porta, se percorsa, ad affrontare tratti impervi con pareti rocciose o ghiacciate. Un caso di spartiacque percorribile è dato da buona parte del crinale dell’Appennino Tosco Emiliano, per lo più percorribile grazie alla presenza di sommità arrotondate a carattere prativo.

 

SPIGOLO

Non è difficile intuire il significato di questo termine: a volte lastre di roccia molto aeree cambiano improvvisamente direzione creando appunto dei sottili spigoli. E’ una figura molto ricorrente nelle ferrate: pensate ad esempio allo spigolo che viene aggirato prima di traversare sulla famosa Cengia Aglio nell’omonima via ferrata (Dolomiti – Gruppo delle Tofane). Quando uno spigolo è così affilato e marcato da poter essere afferrato lateralmente con le mani, si parla allora di “lama”.

 

STRAPIOMBO

Quando una parete forma un angolo retto rispetto alla sua base, si parla allora di parete strapiombante e quindi verticale rispetto a chi si trova alla sua base.

Un bell’esempio di parete strapiombante la troviamo sulla ferrata Favogna (Alpi della Mendola) dove viene scavalcata con una lunga fila di staffe metalliche. Un altro bell’esempio lo troviamo sulla ferrata SOSAT (Dolomiti di Brenta) dove l’ostacolo è vinto con una lunga scala verticale.

 

TETTO

Quando una parete verticale è interrotta da una sporgenza rocciosa della parete, allora parliamo di tetto. Naturalmente un ostacolo orizzontale che fuoriesce dalla parete costituisce un ostacolo difficilmente superabile. Un bell’esempio di tetto a chiusura di un diedro verticale lo troviamo nella ferrata Pero De Gasperi (Gruppo del Bondone). In questo caso specifico la ferrata si porta fin sotto il tetto per poi aggirarlo a destra con una sottile cengia

 

TRAVERSO

In ferrata, progressione a sviluppo grosso modo orizzontale con scarsità di appoggi. A volte vengono utilizzate sottili cenge mentre altre volte gli appoggi possono essere ancora più esili o addirittura inesistenti. Un bell’esempio di breve traverso lo troviamo nel tratto mediano della Via ferrata Brigata Tridentina (Dolomiti – Gruppo Sella) 

 

TREKKING

Dal verbo inglese “to trek” indica semplicemente il camminare quale sport che permetta di godere la natura che ci circonda. E’ sinonimo di “escursionismo”.

 

VIA DI FUGA

Facile itinerario che permette nelle vie ferrate di abbandonare e rinunciare al percorso attrezzato rientrando rapidamente alla partenza. Ovviamente non tutte le ferrate presentano una “via di fuga”, ma queste risultano particolarmente gradite nel caso delle ferrate più difficili nel caso qualcuno abbia sottovalutato la difficoltà tecnica del percorso e non sia in grado di proseguire senza rischi.

 

VIA FERRATA

Si tratta di un percorso su roccia modificato per facilitarne la percorrenza grazie all’aggiunta di infissi artificiali (funi metalliche, scale di ferro, singoli gradini talvolta intagliati nella roccia o più spesso metallici, staffe, pioli, ganci, a volte ponti sospesi anche di tipo tibetano ecc…)

Questo tipo di attrezzature danno la possibilità anche ai non rocciatori di percorrere impressionanti avventure lungo creste o pareti altrimenti precluse ai non alpinisti.

 

VIA NORMALE

Ogni cima montuosa presenta più possibilità di essere salita (ad esempio da versanti differenti). La “via normale” costituisce l’itinerario di minore difficoltà per raggiungere la cima. Di solito corrisponde all’itinerario dei primi salitori.

 

VEDRETTA

Denominazione con la quale vengono identificati in italiano gran parte dei ghiacciai di tipo pirenaico. E’ tuttavia una definizione non del tutto corretta in quanto il termine “vedretta” ha origine nei paesi ladini della Valle Engadina (da “vedra” cioè neve vecchia) dove sta a indicare non solo ghiacciai di tipo pirenaico, ma anche di tipo alpino. Per capire la differenza tra ghiacciai pirenaici e alpini, vedi il termine “ghiacciaio”.

 

 

 

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