Pizzo delle Stecche - M. Donato -  Libro Aperto

PIZZO DELLE STECCHE (m 1717)

MONTE DONATO (m 1803)

LIBRO APERTO (m 1937)

PIZZO DEI SASSI BIANCHI (m 1694)

Libro Aperto è il toponimo che designa la più alta cima posta nel lungo tratto di crinale compreso tra il Corno alle Scale e il Passo dell’Abetone. Posizionata sul crinale principale dell’Appennino Tosco Emiliano, è un’importante elevazione che permette un panorama di grande vastità e bellezza esteso dall’arco alpino a nord al Mar Tirreno e alla Corsica verso occidente. Sono numerose le vie di salita alla vetta; classiche sono le ascensioni dal Passo della Croce Arcana oppure dal Passo dell’Abetone (quest’ultima è la più rapida). Il percorso di salita che andiamo a descrivere di seguito risulta invece meno noto ma di sicuro non meno suggestivo. Si sale dalla tranquilla e appartata Valle di Fellicarolo camminando dapprima nel bosco per poi raggiungere i prati e la brughiera d’altitudine che caratterizza il settore sommitale. Curioso appare il toponimo “Libro Aperto” che verosimilmente trae origine dall’aspetto della montagna quando è osservata da oriente. Le due cime che ne costituiscono la sommità (Monte Rotondo e Monte Belvedere di poco più basso) assumono le sembianze delle due “pagine “ di un immenso libro semiaperto disegnato dai due pendii. Oltre alla salita del Libro Aperto, l’itinerario ad anello che andiamo a descrivere permette il raggiungimento d’altre elevazioni fra cui il Pizzo delle Stecche dove non mancano alcune gradite sorprese soprattutto per gli amanti della flora; rimandiamo in coda alla descrizione per ulteriori particolari in merito. Un’escursione programmabile in sintesi dal disgelo (di solito a maggio) sino a tutto ottobre avendo l’accortezza di scegliere una giornata dal tempo stabile. Occorre infatti osservare che si tratta di un settore che vede una piovosità annua intorno ai 3000 mm oltre alle difficoltà determinate molto spesso dal fortissimo vento o dalle nebbie che con frequenza avvolgono il crinale.

Dati tecnici:

Dai Taburri (m 1232): Difficoltà: E (un breve tratto EEA proprio in prossimità della cima del Libro Aperto, comunque aggirabile brevemente sino a raggiungere il punto più alto con sentiero elementare) (Vai alla scala delle difficoltà). Segnaletica: totale. Dislivello assoluto: m 705. Acqua sul percorso: bella fonte alla partenza in località Taburri; una fonte presso il Rifugio Gran Mogol, un’altra fonte a 45 minuti dalla cima del Pizzo delle Stecche.

Accesso alla partenza:

Provenendo da Bologna si risale la statale Porrettana passando per Sasso Marconi, Marzabotto, Vergato e Riola. Presso Silla la deviazione segnalata indica a destra la provinciale per Lizzano in Belvedere. Provenendo da Pistoia si segue la statale Porrettana passando per Porretta Terme sino a raggiungere Silla e volgendo infine a sinistra per Lizzano. Oltre Lizzano la strada procede per diversi chilometri passando in provincia di Modena e raggiungendo Fanano: in centro al paese troviamo il bivio a sinistra con indicazioni per Fellicarolo. Una stretta strada di montagna sale di quota in ambiente selvaggio ed isolato raggiungendo la piccola, graziosa frazione di Fellicarolo (m 922 s.l.m) unico paesetto dell’omonima valle. Il proseguo oltre Fellicarolo risale la testata dal solco vallivo. La strada, molto stretta ma in buone condizioni, supera le ultime abitazioni per poi guadagnare, nel folto del bosco, il bel parcheggio dal quale si raggiungono a piedi, in qualche minuto, le bellissime Cascate del Doccione. Subito oltre la strada non è più asfaltata: l’ultimo breve tratto è a fondo naturale e conduce ai Taburri (m 1232) dove è presente un bel rifugio gestito nella bella stagione. Ha inoltre termine il tratto transitabile in automobile. Abbandoniamo l’auto presso il rifugio (fonte d’acqua a sinistra, panchine e tavoli per pic-nic nel prato).

Descrizione dell’itinerario:

L’escursione ha inizio procedendo a piedi oltre I Taburri lungo la carrareccia sterrata non più transitabile se non da mezzi fuori strada. Passiamo a sinistra di una vecchia casa ristrutturata sino al bivio ben segnalato indicante in salita a sinistra i segnavia 445 e 431, mentre a destra si cala sul segnavia 445 al sottostante Torrente Doccione. Scegliamo quest’ultima possibilità scendendo in breve al corso d’acqua che superiamo con passerella in legno. Procediamo su ampia mulattiera praticamente in piano con facile percorso che si sviluppa nel folto del bosco. Ignoriamo la deviazione a sinistra (poco evidente) che conduce con il segnavia 433 verso il Pizzo dei Sassi Bianchi: si tratta del sentiero che utilizzeremo per il rientro essendo, il tracciato descritto, ad anello. Manteniamo l’ampia carraia sterrata che, con deboli saliscendi, traversa alta sul fosso a destra; udiamo a tratti lo scroscio del torrente in fondo alla scarpata. Nel proseguo il percorso si insinua in uno stretto solco sino ad un ulteriore abbondante torrente non superabile direttamente; pochi metri al di sotto della mulattiera notiamo un secondo ponticello in legno che permette ancora una volta il superamento senza difficoltà del corso d’acqua. Riprendiamo la mulattiera trascurando, in coincidenza di un’ombrosa abetina, la deviazione segnata, a destra, per il sottostante paese di Fellicarolo. Raggiungiamo infine la vecchia casa denominata Seralta di Qua, di recente ristrutturata e trasformata in un rifugio non gestito sempre aperto in caso di necessità (Rifugio Gran Mogol – m 1320 – ore 0,40 dalla partenza). Presso la struttura è presente una fonte utile per l’approvvigionamento d’acqua. Ha inoltre termine il tratto su ampia carraia gipponabile; siamo infatti ad un’importante deviazione: di fronte a noi prosegue il sentiero 445 mentre a sinistra del rifugio sale il nostro segnavia 435. Scegliamo quest’ultima possibilità bordeggiando a destra un’ampia spianata nel bosco probabilmente determinata da una grande frana o da una valanga del periodo invernale. Sfruttando questo breve tratto non boscato notiamo inoltre, alle spalle, il paesaggio verso la Valle di Fellicarolo.

Superata questa schiarita nella vegetazione passiamo, su sentiero ben segnato, nel folto della faggeta. In salita moderata ma costante avanziamo verso meridione sino a raggiungere un ampio pianoro a pascolo dove l’alberatura si dirada permettendo la visione delle circostanti sommità erbose (circa m 1500). E’ trascorsa oltre un’ora e un quarto dalla partenza e un’indicazione su un masso indica il punto in cui il sentiero cambia improvvisamente direzione volgendo verso destra ad aggirare l’ampia mole del Pizzo delle Stecche. Pochi metri e troviamo una digressione segnalata da cartello in legno che permette di raggiungere in breve una fonte posta verso sinistra. Si tratta dell’ultima sorgente utile per approvvigionarsi d’acqua: il proseguo dell’escursione non presenta né rifugi né sorgenti naturali. Risaliamo la costa erbosa ad occidente con brevi tratti nella faggeta alternati ad alcuni pianori prativi. In particolare attraversiamo un terrazzo erboso solcato da alcuni torrenti dal quale scorgiamo verso nordovest la piramide sommitale del Monte Cimone, massima elevazione dell’Appennino Settentrionale e dell’Emilia Romagna. Più in alto la veduta si allarga sino ad abbracciare verso nord la Valle di Fellicarolo. Il sentiero prosegue nell’aggiramento del Pizzo delle Stecche: in salita moderata volgiamo nuovamente verso meridione con panorama ora molto ampio ed esteso al lungo crinaletto che, passando per Monte Lagoni, si prolunga sino al culmine di Monte Cimone. Notiamo, subito alla nostra destra, l’ampio pianoro d’origine glaciale denominato Padule dei Ghiacci disteso fra noi e il Monte La Piazza, elevazione secondaria presso il Cimone. Un ultimo sforzo e siamo ad una selletta; un piccolo cartello in lamiera segnala la breve digressione a sinistra che conduce, in qualche minuto, sino alla prima elevazione del nostro percorso: il Pizzo delle Stecche. Per guadagnare il punto più alto rimontiamo in breve il crinaletto prestando attenzione ad un ripido tratto dal fondo franoso per poi accedere senza difficoltà al punto più alto (m 1717 – ore 2 dalla partenza). Splendido il panorama aperto su alcune delle più alte cime dell’Appennino modenese: oltre a Monte Cimone osserviamo già il Libro Aperto, obiettivo principale della nostra salita. Il paesaggio è particolarmente esteso verso nordest con visibili, in lontananza, le ultime elevazioni appenniniche che si perdono in direzione della pianura bolognese e modenese, mentre nelle immediate vicinanze osserviamo il solco vallivo di Fellicarolo.

Prosegue il nostro percorso riportandosi in qualche minuto alla selletta posta subito alla base della cuspide sommitale del Pizzo delle Stecche. Riprendiamo il sentiero segnato che volge ora in direzione del Libro Aperto mantenendosi grosso modo parallelo al lungo crinale secondario che dalla suddetta cima si prolunga sino al Cimone passando per Monte Lagoni. Il fondo appare facile ed erboso: per un lungo tratto traversiamo, con scarsi dislivelli, mantenendoci intorno ai 1700 metri di quota. Aggiriamo a sinistra le pendici prative del Monte Donato (m 1803); chi lo desidera può guadagnarne facilmente, senza via obbligata, l’arrotondata sommità. Si raggiunge così un’ampia conca modellata in modo evidente dai ghiacciai che nel quaternario giunsero ad interessare il crinale appenninico. L’impronta delle glaciazioni appare visibile nelle forme ampie ed arrotondate che caratterizzano questo vasto catino rivolto a settentrione. Si aprono nuovi orizzonti verso oriente sino ad abbracciare il vasto tavolato discendente da Cima Tauffi e, ancora più lontana, la massima elevazione del bolognese, ovvero il Corno alle Scale (da questa angolazione subito a destra di Cima Tauffi). Il percorso taglia ora in diagonale ascendente il pendio erboso a destra; un paio di tornanti permettono di prendere quota sino a breve distanza dal soprastante crinale. Troviamo la deviazione a sinistra per il Pizzo dei Sassi Bianchi (segnavia 433) che sfrutteremo al ritorno per descrivere un anello. Manteniamo la destra rimontando in breve il solco erboso che conduce alla già visibile, soprastante selletta posizionata tra il Libro Aperto e i Lagoni. L’arrivo sul crinale offre un immenso paesaggio verso occidente sul sottostante Passo dell’Abetone e all’orizzonte sulle rocciose cime delle Alpi Apuane. Verso nord osserviamo l’ampio crinale prativo che, passando per Monte Lagoni si infossa presso Monte La Piazza per poi impennarsi nell’ampia sagoma piramidale del Cimone. A sinistra abbiamo, in primo piano, la rocciosa anticima del Libro Aperto e, appena più lontano, lo sperone che caratterizza la vetta vera e propria.

Per raggiungere la cima affrontiamo ora l’unico breve tratto impegnativo dell’escursione. Rimontiamo dapprima le fastidiose roccette che caratterizzano l’anticima del Libro Aperto. Seguiamo gli evidenti segnavia e non esitiamo ad usare le mani nei tratti più ripidi e sconnessi. Le difficoltà restano comunque entro un limite ragionevole e gli escursionisti dotati di piede fermo non avranno problemi nel raggiungere la sommità dell’anticima (m 1932). Godiamo di una splendida vista alle spalle sul Cimone, ma i nostri sensi sono ormai tesi al raggiungimento della cima vera e propria ormai vicinissima. La vetta del Libro Aperto appare infatti di fronte a noi: per raggiungerla non resta che seguire un esile ma facile crinale erboso per poi arrampicarci brevemente sulle roccette che caratterizzano la piramide sommitale. Più a destra notiamo, bassa rispetto alla nostra posizione, la seconda cima del Libro Aperto nota come Monte Belvedere (m 1896). Seguiamo, come anticipato, il crinale erboso che porta alla base del salto roccioso finale. Affrontiamo ora il passaggio più difficile della salita: scavalchiamo una paretina verticale d’arenaria alta 4 – 5 metri. Una catena metallica fissa aiuta in questo tratto sopperendo agli appoggi un po’ sfuggenti. La fune traversa poi per qualche metro verso sinistra sino al suo termine, appena sotto la cima. Da notare, proprio alla fine del passaggio attrezzato, la presenza pochi metri a sinistra del sentiero, d’alcuni cespugli di Rododendro ferrugineo, pianta comune sulle Alpi ma estremamente rara sull’Appennino Settentrionale dove si tratta di un relitto glaciale. Gli ultimi metri di salita e siamo in cima alla vetta principale del Libro Aperto denominata Monte Rotondo (m 1937 – ore 3,15 dalla partenza). Da notare che abbiamo inoltre raggiunto l’unico punto dell’escursione posizionato sul crinale principale dell’Appennino Settentrionale, siamo pertanto sul confine di regione tra Emilia Romagna e Toscana. Godiamo del panorama più vasto ed avvincente dell’escursione: abbiamo ancora una volta, verso settentrione, il lungo crinale che, passando per i Lagoni culmina nel Cimone. Nelle giornate limpide notiamo immediatamente a destra del Cimone, all’estremo orizzonte, un tratto delle Alpi Centrali. Volgendo a oriente possiamo osservare un lungo tratto dello spartiacque principale dell’Appennino Tosco Emiliano. Tra le principali cime spicca l’arrotondata cupola del Monte Cervinara quindi, allontanandosi verso est, Monte Lancino, Cima Tauffi, I Balzoni e infine la sagoma del Corno alle Scale. Alla sinistra del Corno alle Scale, spostata a nord del crinale, notiamo la cima di Monte Nuda. A occidente, al di là del crinale appenninico, spiccano le rocciose cime delle Alpi Apuane.

Passiamo ora a descrivere il rientro a valle dell’escursione. Dalla cima del Libro Aperto caliamo in breve, su fondo erboso, alla sottostante Selletta di Libro Aperto seguendo verso occidente la linea di displuviale. L’ampia sella in questione separa le due principali elevazioni del Libro Aperto: Monte Rotondo dal quale siamo discesi e Monte Belvedere dal profilo ampio ed arrotondato. Dalla Selletta di Libro Aperto (m 1857 – 10 minuti dalla cima – nota anche come “La Spianata”) abbandoniamo il crinale principale dell’Appennino volgendo a destra e tagliando in debole salita il fianco occidentale del Libro Aperto. Sottopassiamo la vetta dalla quale siamo discesi e ci riportiamo alla sella di cresta sotto l’anticima nord dove avevamo intrapreso l’ultimo più impegnativo tratto d’ascensione. Abbiamo così completato un piccolo anello proprio presso la vetta più alta. Naturalmente la frazione di discesa appena descritta può essere utilizzata anche come via di salita escludendo in questo modo tutte le difficoltà prima descritte legate alle roccette esposte e al breve tratto attrezzato. Procediamo seguendo a ritroso, per un brevissimo tratto, il percorso d’andata. Abbandoniamo infatti il crinale per Monte Lagoni calando a destra sul segnavia 435; lo abbandoniamo comunque quasi subito passando a destra sul sentiero 433. Questa traccia cala ripida in direzione del sottostante rilievo erboso del Pizzo dei Sassi Bianchi. Tra estesa prateria e brughiera a mirtilli scendiamo senza difficoltà lungo il fianco orientale del Libro Aperto e non mancano altri cespugli di Rododendro ferrugineo che si caricano nei mesi di giugno e luglio delle meravigliose infiorescenze purpuree che rendono così spettacolare questa pianta.

Seguiamo l’ampia cresta erbosa aperta a sinistra sul Monte Cimone e a destra su Cima Tauffi con, più in lontananza, il Corno alle Scale. Un breve passaggio su roccette precede l’arrivo alla forcellina posta pochi metri al di sotto della cima più alta del Pizzo dei Sassi Bianchi. Con una breve digressione si guadagna senza difficoltà il punto più elevato (m 1694). Ritornati alla forcellina caliamo sul fianco occidentale della montagna seguendo il segnavia in moderata discesa sino ad una sella più ampia posizionata tra la vetta appena lasciata e la seconda cima, minore come altitudine, del Pizzo dei Sassi Bianchi (si tratta di una montagna bifida). Il tracciato guadagna questa seconda sommità (m 1688) dalla quale possiamo apprezzare, verso sud, il panorama sul Libro Aperto e su un tratto del crinale principale. E’ in pratica l’ultimo grande punto panoramico del nostro percorso: ancora un breve tratto in cresta, quindi caliamo, con più decisione, nella densa faggeta. Una sella, questa volta nel bosco, è l’unica annotazione da ricordare in questo tratto finale del percorso; ne segue un traverso a sinistra, sempre all’ombra degli alberi, per poi calare precipitosamente e in modo definitivo a valle aggirando le pendici di boscate di Monte Seruca e prestando attenzione in autunno al fondo scivoloso per la presenza di un consistente strato di foglie. Il sentiero confluisce infine nella mulattiera percorsa all’andata che unisce I Taburri al Rifugio Gran Mogol. Abbiamo così chiuso il nostro itinerario ad anello. L’ultimo breve tratto è comune all’andata: volgiamo a destra scavalcando il Torrente Doccione con passerella in legno per poi rientrare al parcheggio presso I Taburri (m 1232 – ore 1,45 dalla vetta del Libro Aperto – ore 5 complessive)

Digressione alle cascate del Doccione:

A fine escursione è bene non trascurare una deviazione davvero meritevole alle bellissime Cascate del Doccione. Ripresa l’automobile si scende per un paio di km sino al punto in cui la strada torna ad essere asfaltata. Sulla sinistra è stato approntato un bel sentiero con staccionata laterale che conduce in qualche minuto ad uno straordinario belvedere dal quale si può gustare la visione della parte principale delle cascate. I salti d’acqua sono infatti parecchi distribuiti su un dislivello complessivo di 124 metri e con una pendenza media del 40%.

Cenni sulla flora:

Sono moltissimi i motivi d’interesse di questa splendida escursione fra cui la grande ricchezza per quanto riguarda la flora; non è un caso se l’intera area è compresa nel Parco Regionale dell’Alto Appennino Modenese.

Almeno tre entità sono particolarmente meritevoli di menzione:

1)     Rododendro ferrugineo (Rhododendron ferrugineum); ne abbiamo già accennato nella descrizione. Questo arbusto sempreverde, così comune sulle Alpi, è invece molto raro nell’Appennino Tosco Emiliano dove con tutta probabilità giunse all’epoca delle glaciazioni. Oggi è un “relitto glaciale” che sopravvive in pochissime stazioni della fascia culminale del reggiano e del modenese sempre a quote comprese tra i 1700 e i 2000 metri. Tra i più importanti areali di presenza ricordiamo quelli di Bocca di Scala, Alpe di Mommio, Monte Vecchio, Monte Prado, Alpe delle Tre Potenze e Libro Aperto. Sino ad un secolo fa era noto un ulteriore piccolo areale presso il Monte Spigolino, non distante dal Corno alle Scale. Oggi si ritiene estinta questa piccola stazione ragion per cui l’areale del Libro Aperto è stato ritenuto, per molto tempo, il più meridionale d’Europa. La scoperta nel 2004 di un ulteriore minuscolo areale nelle Alpi Apuane presso Fornovolasco, (ad una quota insolitamente bassa) ha ulteriormente spostato a sud il limite di presenza della specie. Questo nulla toglie all’importanza e alla rarità della specie in Emilia Romagna. Straordinario è lo spettacolo offerto nel periodo della fioritura dalle corolle purpuree della suddetta pianta. Il percorso descritto ne permette l’osservazione senza alcuna difficoltà nel lungo tratto compreso tra il Libro Aperto e il Pizzo dei Sassi Bianchi (segnavia 433), con numerosi cespugli distribuiti fra i 1700 e i 1900 metri di quota. Le segnalazioni contenute in alcune vecchie pubblicazioni relative alla presenza della specie sul Monte Belvedere (“pagina” più bassa del Libro Aperto) sono da ritenersi errate: la specie è presente solo sul fianco orientale di Monte Rotondo (massima elevazione del Libro Aperto) e unicamente sul versante emiliano. Altri cespugli sono segnalati sulle pendici del Monte Donato, non lontano dal sentiero che sale dal Pizzo delle Stecche.

2)    Genzianella stellata (Swertia perennis). Si tratta di una delle specie più rare presenti nell’Appennino Settentrionale. Infrequente anche sulle Alpi, è una specie confinata in Emilia Romagna a pochissime stazioni posizionate per lo più nell’alto Appennino reggiano. Non è osservabile lungo il percorso descritto, ma una breve digressione nel pianoro denominato “Padule dei Ghiacci” assai vicino al Pizzo delle Stecche, permette l’osservazione di diverse piante fiorite solitamente in luglio – agosto (circa 1580 metri). Ne ribadiamo l’estrema rarità e la necessità di non rovinare le piante e il loro habitat visto il forte rischio d’estinzione.

3)     Aquilegia alpina (Aquilegia alpina). Presente solo oltre i 1600 metri di quota è una pianta assai rara a livello mondiale con areale limitato alle Alpi Occidentali e all’Appennino Tosco Emiliano. In Emilia Romagna e Toscana limita la sia presenza alla fascia culminale di crinale a cui appartiene il Monte Libro Aperto.

Numerose sono le altre specie floreali, meno rare ma altrettanto pregevoli, osservabili lungo il percorso. Citiamo le più importanti:

1)      Cariofillata montana (Geum montanum)

2)      Semprevivo ragnateloso (Sempervivum arachnoideum)

3)       Astro alpino (Aster alpinus)

4)       Anemone narcissino (Anemone narcissiflora)

5)       Sassifraga alpina (Saxifraga paniculata)

6)       Piede di gatto (Antennaria dioica)

7)       Botrichio (Botrychium lunaria)

8)       Carlina segnatempo (Carlina acaulis)

9)       Celoglosso (Coeloglossum viride)

10)   Genziana di Koch (Gentiana acaulis)

11)   Anemone alpino (Pulsatilla alpina)

12)   Mirtillo (Vaccinium myrtillus).

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