Camicia

MONTE CAMICIA  (m 2564)

Il Monte Camicia è l’ottava vetta, in ordine d’altitudine, in seno al Gruppo del Gran Sasso d’Italia. All’interno della catena è una delle cime più orientali; superato il Camicia si incontrano infatti, muovendo verso est, soltanto due cime che varcano ancora i 2000 metri: il Monte Tremoggia e il Monte Siella, elevazioni comunque più basse del Camicia.

Particolarità di questa montagna è la totale diversità tra il versante meridionale e quello settentrionale; erboso e senza forme aguzze il primo, aspro e selvaggio il secondo. Da notare che il versante nord precipita addirittura per quasi 1300 metri sulle colline del teramano con una parete strapiombante larga un paio di km. Non casuale è l’appellativo di “Eiger dell’Appennino” con il quale è stata talvolta battezzata questa incredibile muraglia verticale, senz’altro la più impressionante dell’intero sistema appenninico. Sempre in questo versante è da ricordare la presenza di un glacio-nevato pensile perenne noto come “Nevaio del Fondo della Salsa”.

La via normale di salita al Camicia si sviluppa ovviamente sul lato rivolto a meridione ed è un itinerario sorprendentemente semplice, alla portata di ogni buon escursionista. L’itinerario è grandioso e ricco d’interesse, non solo panoramico. La flora e la fauna presentano un notevole numero di endemismi, alcuni dei quali estremamente rari. Lungo le pendici del Camicia non è difficile incontrare il Camoscio appenninico, specie reintrodotta con successo, nel Gran Sasso d’Italia, a partire dal 1992. Tra le rarità è inoltre da ricordare la Vipera ursinii segnalata in Italia soltanto in questa catena montuosa. In coda alla descrizione trovate altre informazioni relative questa volta alle rarità botaniche osservabili sulle pendici della montagna. Consigliamo la salita in vetta a partire dalla fine di giugno sino ad ottobre per evitare problemi legati alla presenza di neve che tende spesso ad attardarsi nel settore sommitale ostacolando la progressione. Da evitare in piena estate le ore più calde in quanto la via normale è del tutto esposta al sole di mezzogiorno. Al tempo stesso nubi o nebbie improvvise possono abbassare in modo repentino la temperatura per via della quota assai elevata. Per queste ragioni, nonostante la relativa facilità, è bene attrezzarsi con l’occorrente per tollerare un temporale o una qualsiasi variazione meteorologica improvvisa. Di incredibile vastità appare il panorama di vetta esteso dal Mar Adriatico ad oriente ai gruppi Sirente-Velino e Majella nell’entroterra abruzzese.

L’escursione in breve:

Albergo Rifugio Fonte Vetica (m 1632) – Vallone di Vradda – bivio sentiero 8b (m 2390) – testata del Vallone di Vradda (m 2478) – Monte Camicia (m 2564)

Dati tecnici:

Partenza dall’Albero Rifugio Fonte Vetica (m 1632): Difficoltà: E (Vai alla scala delle difficoltà). Segnaletica: totale. Dislivello assoluto: m 932. Acqua sul percorso: alla partenza.

Accesso alla partenza:

Usando l’autostrada A24 Roma – L’Aquila si consiglia l’uscita di Assergi per poi seguire la segnaletica per Campo Imperatore. Si attraversa la bella località di Fonte Cerreto quindi si prosegue lungo la SS 17 bis guadagnando in salita l’immensa distesa di Campo Imperatore. Si attraversa gran parte dell’altopiano portandosi nel versante orientale dello stesso. In coincidenza del ristoro Mucciante siamo al bivio dove abbandoniamo il proseguo per il valico di Vado di Sole. Volgiamo a sinistra per seguire la strada cieca che in 2 km giunge al suo termine presso il Rifugio Fonte Vetica (m 1632) dove troviamo un ampio parcheggio. In tutto da Assergi si percorrono circa 33 km.

Descrizione del percorso:

Lasciato l’automezzo nel parcheggio seguiamo l’ampia mulattiera lasciando nel prato a sinistra l’Albergo Rifugio Fonte Vetica e a destra il rifugio normalmente chiuso della forestale. Seguendo i bolli giallo rossi risaliamo nel valloncello prativo lasciando ai due lati del canale i rimboschimenti ad abete bianco. Siamo in coincidenza degli unici settori boschivi dell’intero altopiano di Campo Imperatore e, come anticipato, si tratta di un impianto artificiale che comunque ha avuto un effetto positivo anche dal punto di vista paesaggistico. Di fronte a noi è già ben evidente la sommità rocciosa del Monte Camicia che ci accompagnerà, per altro, per gran parte dell’ascensione.

Il sentiero procede lasciando alle spalle il settore alberato con la pendenza che diviene significativa. Andiamo a rimontare canali detritici e prati d’altitudine con percorso sempre ben marcato ed evidente. Si fa ampio ed avvincente il paesaggio alle nostre spalle aprendosi in direzione della grande distesa di Campo Imperatore. Attorno ai 2000 metri di quota raggiungiamo un tratto caratterizzato da grandi massi calcarei e da una rupe sulla sinistra. Superato uno sbalzo si apre d’improvviso, davanti a noi, il grandioso Vallone di Vradda con ben evidente, sulla sua destra (sinistra orografica), il proseguo del nostro percorso che si articola in diagonale ascendente. La salita appare lunga ma in moderata pendenza e permette di osservare le due “anime” di questa prima frazione: alle spalle il vastissimo altipiano di Campo Imperatore con le sue distese prative. Davanti a noi l’altra faccia, quella montana, della nostra escursione: la sagoma sommitale del Monte Camicia a dominare il profondo Vallone di Vradda. Tra praterie sempre più magre guadagniamo altitudine e non è affatto raro, in queste lande d’alta quota, incontrare il Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata). Si tratta di una sottospecie endemica che differisce dal Camoscio alpino (Rupicapra rupicapra) principalmente per il colore invernale del mantello. Intorno al 1920 ne restavano appena 30 esemplari nell’area oggi occupata dal Parco Nazionale d’Abruzzo. A partire dal 1991 individui sono stati prelevati per costituire nuove colonie, oggi in piena salute, sul Gran Sasso d’Italia, sulla Majella e sui Monti Sibillini. Intorno al 2014 sono stati stimati circa 1500 esemplari ragion per cui non è più considerata specie a rischio d’estinzione.

Il tracciato prosegue articolandosi tra affioramenti calcarei quindi si unisce con il sentiero che proviene dalla nostra destra salendo dal Monte Tremoggia. La biforcazione, sebbene abbastanza evidente, non è purtroppo segnalata da cartelli. Subito oltre il segnavia si avvicina al crinaletto che ci sovrasta sulla destra sino a portarsi ad appena qualche metro da esso. Con le cautele del caso portatevi quasi sul filo del crinale e lasciatevi impressionare dall’incredibile abisso che si apre verticale nell’altro versante. La parete precipita vertiginosa e strapiombante per oltre 1300 metri in una visione mozzafiato in grandissimo contrasto con le facili pendenze rimontate dalla via normale. Non è certo casuale la definizione di “Eiger dell’Appennino” per fare riferimento alla verticalità della parete nord del Monte Camicia. A séguito di questa breve digressione riprendiamo il sentiero tra i prati guadagnando in pochi minuti l’esile selletta posta alla testata del Vallone di Vradda (m 2478).

Siamo a meno di cento metri di dislivello dalla cima. L’ultima fatica consiste nello scavalcare il soprastante sbalzo dapprima su faticoso detrito calcareo. In questo primo tratto, particolarmente erto ed instabile, tende a persistere, almeno nella prima parte dell’estate, un nevaio inclinato che richiede attenzione ed eventualmente i ramponi in presenza di ghiaccio. In assenza di neve non vi sono da rilevare difficoltà; il percorso traversa in diagonale verso sinistra senza incontrare, nonostante la pendenza, alcuna frazione impegnativa. Sempre su fondo ghiaioso raggiungiamo la cresta sommitale a breve distanza dalla cima. Il sentiero prosegue su detrito sino a raggiungere l’ampio pianoro di vetta (m 2564 – ore 3 dalla partenza – libro di vetta).

Vastissimo appare, dal punto più alto, Campo Imperatore, oltre ad osservare gran parte delle cime posizionate sul crinale principale del massiccio del Gran Sasso d’Italia. Verso oriente notiamo il Monte Tremoggia mentre in direzione opposta spicca la grande sagoma del prospiciente Monte Prena. Più distante si osserva il Corno Grande, massima elevazione dell’intero sistema appenninico. Il rientro avviene a ritroso ed impegna per un paio d’ore (5 ore complessive).

Cenni sulla flora

L’ascensione alla vetta del Monte Camicia offre la possibilità d’osservare un gran numero di specie floreali, alcune delle quali endemiche dell’Appennino Centrale. La salita, solo in apparenza spoglia, si rivela invece, passo dopo passo, una meravigliosa scoperta; una sorta di giardino botanico spontaneo caratterizzato da specie che si sono adattate al clima estremo delle vette. I mesi di giugno e luglio sono senz’altro i migliori per godere della loro visione. Segue una lista delle specie più rilevanti osservate in occasione della nostra salita avvenuta alla fine del mese di giugno.

Piante endemiche:

1)      Viola della Majella (Viola magellensis). E’ un raro endemismo dell’Appennino Centrale che limita la sua presenza alle pietraie calcaree d’altitudine. Una ricca fioritura caratterizza i ghaioni sommitali che il Monte Camicia rivolge verso ovest e che possono essere raggiunti dal sentiero segnato con una digressione di poche decine di metri. Può essere facilmente confusa con Viola eugeniae, anch’essa presente sul Gran Sasso ma con un areale ben più vasto che comprende tutta l’Italia peninsulare.

2)      Erba storna appennina (Thlaspi stylosum); altro raro endemismo dell’Appennino Centrale presente nei pascoli e nelle pietraie d’altitudine. Sono presenti parecchi esemplari nel tratto sommitale, tra 2300 e 2500 metri immediatamente a lato del sentiero segnato.

3)      Androsace abruzzese (Androsace mathildae). Forse la pianta più pregevole tra quelle osservabili sul Gran Sasso d’Italia. E’ un endemismo in senso stretto della montagna abruzzese e limita la sua presenza alle cime più alte. La stazione presente sul Camicia è caratterizzata da un numero limitato di esemplari. Nel nostro caso ne abbiamo osservati un paio presso la vetta, nel versante rivolto verso il Vallone di Vradda in un’instabile scarpata di poco fuori sentiero.

4)      Viola di Eugenia (Viola eugeniae); endemica dell’Italia penisulare dalla Romagna sino al Molise e alla Campania. E’ assai frequente lungo l’intero percorso compresa la fascia sommitale.

5)      Vedovella appenninica (Globularia meridionalis); endemismo dell’Italia penisulare, presente dalle Marche alla Calabria.

6)      Linaria purpurea (Linaria purpurea). Considerata da molti il simbolo della flora endemica italiana ha una areale esteso all’intera penisola sino a raggiungere il suo limite settentrionale nell’Appennino Tosco Emiliano. Alcuni esemplari sono presenti nel tratto iniziale, poco a monte di Fonte Vetica.

7)      Sassifraga porosa (Saxifraga porophylla). E’ uno splendido endemismo delle rocce calcaree presente dai Monti Sibillini alla Calabria. Alcuni esemplari sono osservabili sulle rocce calcaree della parte inferiore del Vallone di Vradda.

8)      Sassifraga d’Italia (Saxifraga italica). Rarissimo endemismo segnalato in poche montagne dell’Abruzzo e delle Marche e per giunta poco appariscente per le sue dimensioni contenute. Abbiamo trovato alcuni esemplari proprio nel tratto sommitale tra la testata del Vallone di Vradda e la cima.

9)      Stella alpina dell’Appennino (Leontopodium nivale); raro, splendido endemismo dell’Appennino Centrale con areale ridotto essenzialmente ai gruppi del Gran Sasso d’Italia, della Majella e dei Monti Sibillini. Un tempo considerata sottospecie della Stella alpina, ne differisce per la pelosità più accentuata e per le dimensioni minori. Alcuni esemplari sono osservabili lungo il percorso descritto nel settore sommitale, immediatamente prima della selletta posta alla testata del Vallone di Vradda e quindi intorno ai 2200 – 2400 metri di quota. Scontata la raccomandazione di non raccoglierne nemmeno un solo esemplare.

10)   Genepì appenninico (Artemisia eriantha); raro endemismo concentrato essenzialmente sui Monti Sibillini, sul Gran Sasso d’Italia e sulla Majella con areale disgiunto sulle Alpi Marittime. Le splendide foglie vellutate della pianta in questione sono inconfondibili.

Specie rare con areale non endemico:

1)      Androsace appenninica (Androsace villosa); sebbene diffusa in diverse regioni resta ugualmente una pianta rara. Caratteristico è il suo aspetto a cuscinetto e la presenza, nei mesi di giugno – luglio, di moltissimi fiorellini con fauci di diverso colore sulla stessa pianta.

2)      Genziana appenninica (Gentiana dinarica), dagli splendidi fiori di colore blu intenso.

3)      Orchide di Spitzel (Orchis spitzelii). Sebbene non endemica è una pianta molto rara con areale caratterizzato da stazioni limitate e disgiunte fra loro. Alcuni esemplari sono presenti nel Vallone di Vradda tra i 2000 e i 2100 metri. E’ una pianta a protezione assoluta che non deve essere, per nessuna ragione, manomessa o raccolta. Purtroppo moltissime stazioni presenti in Italia sono ormai estinte.

Altre specie osservate:

1)      Genzianella (Gentiana verna)

2)     Soldanella alpina (Soldanella alpina)

3)      Sassifraga alpina (Saxifraga paniculata)

4)      Sassifraga meridionale (Saxifraga lingulata)

5)  Sassifraga solcata (Saxifraga exarata subsp. ampullacea)

6)  Sassifraga ascendente (Saxifraga adscendens)

7)      Draba gialla (Draba aizoides)

8)      Anemone alpino (Pulsatilla alpina)

9)      Sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia subsp. latina)

10)   Pedicolare a foglie verticillate (Pedicularis verticillata)

11)   Arabetta alpina (Arabis alpina)

12)   Silene a cuscinetto (Silene acaulis)

13)   Millefoglio dei macereti (Achillea barrelieri Ten. subsp.oxyloba)

14)   Orchidea sambucina (Dactylorhiza sambucina)

15)   Camedrio alpino (Dryas octopetala)

16)   Genzianella a foglie corte (Gentiana brachyphylla)

17)   Primula orecchia d’orso (Primula auricula)

18)   Orchidea delle zanzare (Gymnadenia conopsea)

19)   Dafne spatolata (Daphne oleoides)

20) Paronichia della Kapela (Paronychia kapela)

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